tradimenti
Profondo
07.09.2025 |
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La girai con delicatezza, la stesi sul dorso e le portai le ginocchia al petto..."
Li vidi appena misi i piedi sulla sabbia, nel punto in cui la pineta finiva e il bagnasciuga s’allargava in una mezzaluna chiara. Avevamo scritto per giorni dopo il loro annuncio, e il pomeriggio concordato era arrivato con un sole pieno e un vento basso che portava odore di sale e di crema solare. Lei si chiamava Tania: cinquantina portata benissimo, capelli scuri lisci raccolti dietro con una molletta, un seno pieno che il costume conteneva per finta e capezzoli scuri che si intuivano sotto il tessuto quando l’acqua le si asciugava addosso. Lui si chiamava Sergio, sessantacinque, occhi lucidi e tranquilli, sorriso disteso. Io ero arrivato con una borsa leggera, teli grandi e una bottiglia d’acqua ghiacciata: avevo risposto al loro annuncio, e loro avevano fatto domande chiare. Il patto c’era già, ma volerlo in faccia è un’altra cosa.“Enrico?” fece lei, venendomi incontro con una naturalezza che spaccava. “In carne e ossa” risposi, e mi tolsi gli occhiali da sole per darle il viso senza filtri. Sergio allungò la mano, stretta ferma. “Ti avevamo immaginato più… non so…” “Più stronzo?” ridacchiai. “Meglio deciso che stronzo” disse Tania, e il modo in cui lo disse era già un invito a condurre se le cose si fossero accese.
Montammo i teli a un paio di metri dalla battigia. Il mare era di quel turchese zuccherino che ti ruba l’attenzione, ma io guardavo lei: linee pulite, pelle ambrata, una quiete apparente. “Hai letto bene i confini?” chiese Sergio, diretto. “Li ho scritti io” risposi. “In spiaggia solo parole, sguardi, niente scene. Se scatta la voglia ce la portiamo a casa. E a casa si gioca con te al comando dei sì e dei no. Lei al centro. Io spingo, ma non forzo. Niente etichette idiote.” Sergio annuì. Tania si passò la lingua sul labbro inferiore come per bagnare una parola rimasta in gola. “E se mi perdo?” chiese, a me ma guardando lui. “Ti riprendo io” disse Sergio. Io aggiunsi piano: “E ti tengo dove vuoi stare.”
Scendemmo in acqua. Il pomeriggio era un tappeto sonoro di voci lontane e schiume minute. Entrammo fino alle cosce, poi alle anche. Tania gettò la testa all’indietro e i capelli le si aprirono in un ventaglio scuro. “Non sei come gli altri” disse, guardandomi di sbieco. “Non fai il galletto.” “Non ne ho bisogno” risposi. “Hai una bocca che già parla di quello che vuoi.” Lei sorrise storto. “E cosa voglio?” “Che ti si dica a bassa voce quanto è bella la tua fica e quanto ti pulsa quando qualcuno te lo sussurra all’orecchio. Che ti si dica cappella senza ridacchiare. Che ti si guardi negli occhi mentre ti scivola la sborra sulle tette e ci si ricordi il colore dei tuoi capezzoli, scuri e gonfi.” Non era un insulto, era una dichiarazione precisa. Tania arrossì, ma non abbassò lo sguardo. “Parla ancora” mormorò. Sergio non si mosse, ma gli brillò una vena al collo: quel tipo di luce che hanno i mariti che godono nel vedere accendersi il fuoco che hanno protetto.
Riemersi lenti. Sulla sabbia, i nostri teli avevano preso sabbia fine e aghi di pino. Bevemmo acqua in silenzio. “Vorrei capire come succede” disse Tania. “Quando smette di essere una fantasia che scriviamo e diventa…” “Diventa che suoni un campanello” dissi. “Parquet chiaro, tappeto grande in salotto, oli essenziali già accesi. Tu entri, lui ti accompagna e poi esce. Io non ti salto addosso: ti metto un bicchiere d’acqua in mano e ti dico dove appoggiare la borsa. Tu cammini, ti scaldi, e il resto lo fanno gli occhi e l’odore di arancio amaro. Facile.” Lei trattenne un sorriso. “E se mi irrigidisco?” “Ti sciolgo a parole. Altrimenti ti lascio andare. La regola è questa: niente forzature, tanto ritmo.”
Rimanemmo fino a quando il sole cominciò a chinarsi dietro i pini. Prima del tramonto ci salutammo, con una stretta che sapeva di prova superata. Sergio infilò il braccio nel suo, la guardò con una calma che contagiava. “Mi piace” disse, riferito a me ma pronunciato per lei. “Mi piace anche a me” rispose Tania, e io capii che il campanello l’avrei sentito presto.
Il giorno dopo non successe niente, e fu giusto così: volevo che i nervi restassero tesi. Tania scrisse a metà mattina: una foto del polso con un bracciale d’argento, “Mi tremano le mani” allegato. Risposi con l’indirizzo, un orario buono per la luce – tardo pomeriggio, ancora caldo ma con la città già in ombra – e due righe secche: “Doccia tua prima. Nessun profumo. Vieni leggera. Sergio ti accompagna e ti riprende alla fine. Il resto lo faccio io.” Un minuto, ed entrò la spunta blu.
Il pomeriggio lo passai a predisporre il campo. Il mio appartamento era al terzo, ascensore lento, pianerottolo lucido. Pavimenti in parquet chiaro, un tappeto persiano morbido in salotto, il divano color sabbia, tavolino basso in rovere. Accesi il diffusore: arancio amaro e un filo di legno di cedro. Tendine semi chiuse per lasciare entrare luce calda. In bagno, due asciugamani bianchi piegati sullo scalda salviette. Sul ripiano della cucina, acqua fresca in caraffa e quattro bicchieri, due piccoli snacks solo per non sentirci vuoti. Posai sul mobile basso quello che serve quando non vuoi perdere il ritmo: lubrificante, profilattici, una confezione di salviette.
Mezz’ora prima dell’orario arrivò un messaggio vocale di Sergio. “Sto parcheggiando sotto, la lascio e poi faccio due passi. Se c’è qualcosa che non va, mi scrivi. Se invece va tutto come dev’essere, mi scrivi lo stesso, ma dopo. Mi fido di te.” Il tono non era di resa, era di regia quieta: la dinamica cuck fatta bene è un patto d’onore.
Quando il citofono trillò, mi si mossero insieme tutte le corde. “Sono io” disse Tania. Le aprii, ascoltai i passi sull’ascensore. Le aprii la porta e me la trovai davanti: vestito semplice, nero, pelle calda ancora d’estate addosso, capelli sciolti. Sergio dietro di lei le sistemò una ciocca, non me la consegnò, gliela affidò con un gesto che diceva più di mille parole. “Ci vediamo dopo” le disse all’orecchio. “Divertiti, capito?” “Capito” rispose lei. Si guardarono un secondo che valeva il preambolo intero. Lui scese, e la casa diventò un motore silenzioso.
La feci entrare senza toccarla. “Acqua” dissi, porgendole il bicchiere. Lo prese con due mani, bevve a sorsi piccoli. “Sento l’odore” disse. “Arancio amaro” risposi. “Serve per scivolare meglio dentro la stanza.” Camminò fino al tappeto, si tolse le scarpe, ci affondò i piedi nudi. “Mi piaci scalza” dissi. “Mi piaci quando lo dici” rispose. Le indicai il corridoio. “Bagno a sinistra. Se vuoi, una doccia veloce. Solo acqua. Lascio la porta socchiusa, non per guardare. Per sentire giusto quando respiri.”
Entrò in bagno, la sentii aprire l’acqua. Mi sedetti sul bracciolo del divano e chiusi gli occhi. Quando uscì, aveva la pelle umida e gli occhi lucidi. Si fermò a un metro da me. “Dimmelo” disse. “Cosa?” “Quello che hai detto in acqua.” Mi alzai, le passai di fianco senza toccarla. “Che hai una fica che non aspetta altro che parole dirette. Che quando ti guardo i capezzoli scuri mi fanno pensare a come ci starà bene la mia sborra, calda, che ti scivola giù. Che voglio farti sentire la cappella tra le gambe, e la mia lingua o le mie dita, mentre scegli tu la velocità.” Lei tremò leggermente. “Sergio saprà tutto?” “Solo quello che vuoi tu. Ma saprà che sei tornata a casa piena di vita.”
“Prendimi” disse a quel punto, senza piagnistei o scenette. “Prendimi come sai fare. Fammi venire e fammi venire ancora. Se ti chiedo di fermarti, mi guardi negli occhi e cambi ritmo. Se ti chiedo più forte, non fare il gentile.” Sorrisi. “Benvenuta in casa mia.”
La prima cosa che feci non fu spogliarla. Le presi i polsi, glieli alzai piano sopra la testa e la portai di schiena al muro, solo il peso del corpo, niente forzature. “Ascolta” le dissi. “Il suono del tuo respiro. Più scende, più la pelle diventa elettrica. Più mi guardi, più la bocca dice quello che serve.” Si bagnò il labbro, scosse la testa in un sì quasi impercettibile. Le incorniciai il viso con le dita, pollici sugli zigomi. “Dimmi una parola tua” chiesi. “Una che ti accende.” “Profondo” disse senza pensarci. “Perfetto. Profondo sarà la chiave.”
Le slacciai il vestito dal nodo dietro la nuca, lo lasciai scendere fino ai fianchi. Niente fretta. Le spalle si scoprirono, i capezzoli scuri densi, già tesi. “Non guardarli troppo” disse, ma era una sfida. “Li guardo quanto voglio. Sono miei finché sei qui” risposi, e le passai il respiro a due centimetri dalla pelle, senza toccarla. “Cazzo” fece piano, ed era musica.
La portai al centro del tappeto. “In ginocchio” dissi, ma la voce era carezza. Si mise giù senza smettere di fissarmi. Sfilai la cintura, aprii i jeans, le offrii il peso. “Guardami mentre lo prendi” sussurrai. La sua mano ferma, la bocca calda che mi avvolse la cappella lentamente, fino a farmi sentire la gola che si apriva. “Così” guidai. “Non serve correre. Respira e fammelo scivolare dentro, sentilo fino a dove puoi.” Tania seguì il ritmo come se avesse provato anni per quel momento. Ogni volta che alzava gli occhi, le dicevo quello che voleva: “Brava. Sei bellissima così. Senti come pulsa? È per te. Guarda come ti riempie la bocca, come ti apre il collo. Non fermarti.”
Quando capii che la mente le correva, la tirai su e la baciai forte, lingua contro lingua, sapore di me che le tornava indietro. Le mani sul suo culo, pieno, vivo. “Sul divano” dissi. La feci sdraiare di schiena, le aprii le cosce con i pollici all’attaccatura, guardando la sua fica che brillava già. “Dillo tu” le chiesi, senza toccarla. “Dimmelo tu cosa vuoi adesso.” “Voglio la tua bocca” rispose. “Voglio che mi scavi e mi lecchi finché ti chiedo di smettere, e poi non smetti.” Sorrisi. “Allora tieni le mani dove le metto io.” Gliele posai sulle ginocchia aperte, i suoi palmi in alto, in offerta.
Le passai la lingua lunga, lenta, dalla base fino al clitoride, senza fretta, poi uno schiocco corto, poi un giro stretto. “Le affondai due dita, palmo in su, cercando il punto che le faceva vibrare il bacino. La sua schiena si inarcò, un grido corto: “Cazzo… sì… così”. “Guarda me” dissi. “Guardami mentre ti apro.” Mi guardò piangendo leggero, non triste: era la valvola che si allenta quando la macchina va su di giri. “Squirti?” chiesi a filo di voce. “Quando mi tieni così, sì” rispose, quasi sorpresa di sé stessa. “Allora dammi il ritmo.”
Il primo scroscio arrivò netto, caldo. Non mi fermai. “Ancora” dissi. “Dammi tutto.” Lei scosse la testa, “Non posso, non posso…” “Puoi” la tenni fermissima, dita dentro, lingua sul clitoride, ritmo serrato e costante, la chiave del corpo. “Profondo” ripetei, ed esplose di nuovo, e ancora. Mi staccai solo per farla respirare, le posai il bicchiere di fianco. “Bevi” ordinai dolce. “Sergio dev’essere orgoglioso adesso.” Lei rise, spezzata e felice. “Lo è. E mi vuole più porca ancora.”
Alzai gli occhi all’orologio. La luce fuori si era aranciata. “Adesso ti riprendi due minuti. Poi ti metto in piedi contro il muro e te lo do come piace a te. Non ti vengo dentro, ti vengo sul seno, voglio vederla scendere sui capezzoli scuri. Alla fine mi apri anche il tuo culo. “Scrivilo a Sergio, se vuoi” suggerii. “Scriverò dopo” disse. “Adesso strappami via il resto.”
Le diedi davvero due minuti. Sentii il suo respiro scendere e tornare regolare, il battito che passava dal collo alle clavicole, il petto che si calmava. Le passai il bicchiere, bevve e si bagnò il labbro con la punta della lingua. “In piedi” dissi piano. La presi per un polso e la portai al muro, la fronte appoggiata, i palmi aperti sulla pittura liscia. Il parquet sotto i piedi nudi le faceva aderire i polpastrelli, il corpo era un arco in attesa. “Ascolta il legno” sussurrai dietro di lei. “Senti come scricchiola quando apri le gambe. È il suono della tua voglia che si fa spazio.” Obbedì, una spanna in più, poi ancora. Le alzai il vestito fino alla vita, gli elastici della biancheria scivolarono giù ai polpacci, rimasero a metà caviglia come un freno.
Presi una delle bustine dal mobile, la strappai con i denti, sfilai il profilattico e lo srotolai. “Dimmi sì” chiesi, non per forma, per accenderla. “Sì, cazzo” disse senza esitazione, e le nostre linee entrarono in fase. La guidai con una mano sul ventre, bassa, mentre con l’altra mi posizionavo. La prima spinta fu lenta, tutta in ascolto. “C’è?” “C’è” rispose, e la voce le cambiò registro. “C’è, Enrico, fermo un attimo… ora vai.” Andai. Non fu violento, fu pieno. “Senti come ti riempio? Senti come ti apre la fica?” “Sì… fammi sentire tutto… fammi stare larga… più forte…” La presi per i fianchi e tenni il ritmo lungo, deciso, lasciando che il tappeto di oli essenziali, agrume e resina, si mescolasse al nostro odore di pelle. Il muro prese i suoi “sì” come una fila di chiodi piantati a tempo.
Le abbassai una mano sul clitoride e la tenni lì, costante. “Non cambiare nulla finché non te lo dico” mi implorò, e la obbedienza fu la nostra grammatica. “Parlami” mi chiese, senza giri. “Guarda come te lo prendi” le mormorai all’orecchio. “Guarda come ti scende dentro fino in fondo, come pulsa, come ti fa battere il bacino da sola. Lo senti, vero? Questa cappella è per te. Questa sborra è tua quando vuoi, sulle tette, sui capezzoli scuri.” Tania gemette un “Dio” che non aveva niente di religioso. La vibrazione le partì dal pavimento pelvico e le salì alla gola, e la sentii che stava per perdere il controllo.
Staccai le dita un attimo, giusto per non farla esplodere troppo presto. Lei si voltò appena, gli occhi a mezz’asta. “Non farmi impazzire, ridammele”. “Adesso” dissi, e gliele rimisi precise, circolari, con la stessa pressione. Il suono cambiò: il legno prese una nota più alta, la stanza si riempì di acqua e umido. Un getto pieno, caldo, il parquet che ne chiese altro. “Brava” le respirai sulla nuca. “Bagnami tutto. Fallo ancora.” “Sì… sì…” Ansimava e rideva insieme, quel ridere di chi si sorprende di sé.
La tirai via dal muro e la feci camminare a piccoli passi fino al divano. Si lasciò cadere sulla seduta, le cosce aperte, il vestito arrotolato in vita come una ghirlanda. Mi sfilai il preservativo per un attimo, le mostrai il cazzo teso, lucido di lei. “Guarda come ti ha ridotta” dissi. “Guardami mentre te lo ridò.” La afferrai sotto le ginocchia e la portai al bordo, le gambe sulle mie spalle. La presa mi dava tutto il suo peso e il suo angolo. Affondai piano, lasciandola aprirsi a tempo. Le vertebre le cantarono una nota di ringhio, la sua gola fece il resto.
Il ritmo prese il sopravvento, chiaro e regolare. “Dimmi cosa vedi” chiese. “Vedo la tua fica aperta che si beve tutto, vedo il clitoride gonfio che mi chiede di più, vedo i tuoi capezzoli scuri che mi chiamano per prendersi la sborra alla fine. Vedo che quando te lo dico ti bagni di più.” “Sì… cazzo, sì, continua a dirmelo…” La tenni lì finché le cosce non le tremarono in modo irregolare, quei piccoli sobbalzi che annunciano la cresta dell’onda. “Bevi” le misi il bicchiere sulle labbra senza fermarmi. Mandò giù a sorsi, capace di godere e gestirsi. “Brava così” le dissi, e le cambiai il ritmo, più corto, più fitto. “No, così vengo subito” protestò con un sorrisino. “Chi ha detto che sia un problema?” “Tu conduci, ma fammi durare” sussurrò. Sorrisi con i denti stretti, rallentai di due battiti, il giusto.
La girai a cavalcioni su di me, volevo il suo peso e la sua vista piena. Si sedette, me lo prese fino al fondo, si fermò a bocca aperta, poi cominciò ad ondeggiare come sapeva fare solo chi ha trovato la propria cifra. “Guardami” mi disse. Le mani sulle sue anche, la lingua sul suo capezzolo sinistro, la sentii che si apriva di nuovo, un tremito che le montò dai reni. La lasciai correre finché non lo decise lei: “Adesso basta, fammi cambiare, portami dove vuoi tu”. La stesi a terra sul tappeto, tappeto morbido sotto le scapole, e capii che il passo successivo era già scritto, ma non lo bruciai. Chiusi prendendola di nuovo con lentezza, lasciando la promessa dell’altra porta in sospeso, esattamente dove lei la voleva: a portata di mano.
Le passai un piccolo asciugamanno, si pulì le cosce ridendo come una ragazza colta a rubare la marmellata. “Non hai idea di quanto mi serve questa cosa” disse. “Lo so” risposi. Presi la caraffa e ci versai acqua fresca, bevemmo in piedi, nudi, davanti alla vetrata con le tende accostate. La città correva oltre in una luce miele.
La portai di nuovo sul tappeto, la rimontai dentro davanti, la presi di ritmo e la tenni viva. Non era un rinvio: era un tiro della fune per alzare la posta. Le frasi uscirono da sole: “Senti questa cappella… senti come ti stira… dammi gli occhi… sì… così… guardami mentre ti prendo…” Il suo corpo tornò a cantare e io la tenni lì, sul ciglio, pronta a cadere dove avremmo deciso insieme.
Le mani le tremavano, ma non c’era paura. Era desiderio tenuto per la coda. Mi alzai, presi di nuovo la caraffa, bevemmo. “Sei bellissima con la bocca lucida” le dissi. “Vieni qui.” Mi sedetti sul bordo del divano, gambe divaricate. “Siediti sopra di me, di schiena.” “Perché di schiena?” “Perché voglio guardare il tuo profilo nello specchio e voglio che tu senta quanto controllo hai quando sei tu a scendere.” Mi salì con sicurezza, mi prese, mi infilò dentro con un movimento unico, lento e totale. “Cazzo… sì” fece. Le mani sulla spalliera, il mio palmo sulla sua pancia. “Resta così dieci secondi” le chiesi. Contammo insieme. “Adesso muovi. Piccoli cerchi, niente salti.” Obbedì, e il suono cambiò un’altra volta, più liquido, più pieno.
“Dimmi cosa vuoi adesso” sussurrai. “Voglio che mi tieni il clitoride tra due dita mentre muovo. Voglio che mi dici cosa vedi nello specchio. Voglio che mi prometti che quando giro mi apri il culo come abbiamo iniziato, ma di più.” Le presi il clitoride in una pinza morbida, non stretta, giusto per dargli presenza. “Vedo una donna che si monta il cazzo come se l’avesse aspettato tutto l’anno. Vedo la tua schiena che brilla, vedo i capezzoli scuri che chiedono la sborra e la avranno. Vedo che profondo è la tua parola, non la mia.” “Sì… così… non fermarti…” Andò su e giù con una regolarità da macchina perfetta, allora la scombinai di un niente, quel tanto che basta per farle saltare il controllo, e arrivò di nuovo, con un tremore lungo che le prese i quadricipiti.
Restammo così, fermi, due statue che sudavano. Quando il tremito passò, le sfilai piano la cappella, senza strappi. Le baciai la schiena, lungo la spina. “Brava” ripetei. “Sei stata un manuale.” “Non hai idea di quanto lo volessi” rispose, con un filo di risa. “Sì che lo so. Me l’hai scritto negli occhi in spiaggia.”
La girai con delicatezza, la stesi sul dorso e le portai le ginocchia al petto. Il suo seno pieno, i capezzoli scuri tesi; mi ci persi un secondo con la lingua, lasciando segni che brillavano. “Adesso ti prendo davanti e ti tengo lì, al limite. Poi mi sfili il preservativo e ti godi la sborra sulle tette. Dopo decidiamo se vuoi un altro giro profondo o se te lo tieni per la prossima volta.” “Adesso” disse. “Portami al limite. Voglio sentire la cappella che mi batte sulla cervice, voglio che la fica mi bruci e che il culo mi resti aperto nel ricordo.”
Rimisi lubrificante sulle dita, glielo passai tra le labbra. “Apri per me.” Aprì. Entrai, lungo, fino a farle sollevare il mento. “Guardami” le dissi, e presi il ritmo che conosco: spinta piena, uscita lenta, due colpi corti, uno lungo; la tenni lì, sul ciglio. “Dimmelo quando sei sul bordo.” “Sono sul bordo da dieci minuti” ridacchiò, poi si fece seria: “Tienimi, non mollare, non cambiare. Quando te lo chiedo, esci e vienimi sul seno. Voglio vederla tutta.”
Il parquet scricchiolò sotto le mie ginocchia, il tappeto era tiepido, l’odore dolce e salato insieme. “Sei pronta?” “Sì.” “Allora ci arriviamo insieme.” La guardai negli occhi e la condussi negli ultimi metri, tenendola sospesa, con quella lentezza che fa impazzire. Lei annuiva, sudata, bellissima. E io sentii la corsa montare dal basso, ordinata, inevitabile, già indirizzata verso i suoi capezzoli scuri che mi chiamavano come un faro.
“Profondo” disse, ferma. Posai la cappella, strusciai con un mezzo cerchio, non entrai. Con l’altra mano entrai davanti con due dita, palmo in su, trovai il punto e lo tenni, stretto. “Respira nel punto dove mi senti” le guidai. Lei obbedì, l’aria giù, il ventre che si ammorbidiva sotto la mia palma. “Adesso ti chiede” mormorai, spingendo la cappella di un millimetro. “Sì” disse, quasi senza voce. Un altro millimetro. “Fermo.” Mi fermai, la mano al suo ventre come un’àncora.
Il suono cambiò prima ancora del movimento: quel piccolo schiocco umido che dice “ci sono”. La sentii accomodare attorno, calda. “Senti com’è pieno il tuo culo adesso?” “Sì… cazzo… lo sento… non farmi scappare.” “Non scappi” le promisi. Le misi il pollice tra le scapole, piccolo peso, come a dirle “ti tengo io”. Davanti, le due dita ricominciarono a parlare: tre colpi corti e uno lungo, sempre a uncino, il clitoride un lampo di lingua ogni due respiri; dietro, la cappella ferma, presente, a ricordarle la fronte dell’onda. “Dimmi quando vuoi che mi muova” le concessi. “Adesso. Poco. Fammi sentire che ci sei.” Avanzai di un dito, tornai di mezzo, di nuovo un dito. “Così” sospirò, e il bacino prese il ritmo da solo, micro onde avanti e indietro che mi rubavano spazio a ogni ritorno.
Mi chiese un cambio. “Lasciami sedere su di te” disse, il tono calmo di chi ha capito come governare l’onda. “Seduta come?” “Di schiena, come prima, ma con te in piedi. Voglio guidare io l’angolo.” Sfilai piano, la tenni stretta mentre ci alzavamo. Mi misi in piedi al bordo del tappeto, lei si sedette lentamente su di me all’indietro, dosando millimetri, la schiena contro il mio petto, la mia mano al suo collo a tenerle su la testa. “Così” sussurrò. “Dimmi cosa vedi.” “Vedo la tua schiena tesa, vedo i capezzoli scuri che mi chiamano, vedo il tuo culo che mi abbraccia e la tua fica che travasa, vedo la mia cappella sparire in te e tornare lucida. Vedo che profondo è già realtà.” “Allora stammi dentro e lasciami fare piccole onde” disse. La lasciai. Lavorò millimetro su millimetro, una geometria perfetta; io tenevo solo la cornice: pollice sul clitoride in vibrazione minima, palmo che le fermava il ventre quando doveva trattenere, un “brava” infilato nel punto giusto.
Quando la sentii pronta a cedere, glielo tolsi con grazia. La girai a cavallo di me, di fronte, ginocchia ai lati delle mie cosce. “Guardami” ordinai. “Portami a un pelo dal bordo e fammi sentire il tuo cazzo come un martello.” “Sì.” La tenni stretta e rilanciai: spinta piena, uscita lenta, due colpi corti, uno lungo. “Senti questa cappella… senti come ti stira… dammi gli occhi… sì… così…” “Non cambiare” implorò. “Non cambio finché non lo dici tu.” “Allora adesso fammi il regalo” riprese fiato. “Portami al limite, poi mi metti giù, mi apri il seno con le mani e quando ti chiedo “adesso” tu esci e mi lasci la sborra sui capezzoli scuri. La guardiamo scendere insieme. Poi, se ho ancora spazio, mi ridai un dito dietro, solo per ricordarmi di te quando sarò sul sedile dell’auto.”
“Fatto” dissi senza esitazioni. La riportai a terra, la stesi sul tappeto, le presi le ginocchia al petto e le portai le anche verso di me. La infilai di nuovo, pieno, fisso, la tenevo un soffio sotto la cresta. “Parla” mi chiese. “Guarda come ti prendi questo cazzo… guarda come la tua fica stringe… senti come pulsa per te… guarda i tuoi capezzoli scuri… stanno aspettando la mia sborra…” Le parole le bruciarono sugli zigomi. “Sì… sì… Enrico… tienimi… non cambiarmi il ritmo… sono lì…” “Tieniti a me” le posai le mani da stringere. Sentivo l’onda montare in basso, ordinata. Mi fermai un attimo, solo un battito, per non bruciare il segnale. “Quando vuoi” promisi. “Al mio via” ripeté, con un sorriso sudato. Portai la corsa agli ultimi metri, centimetro su centimetro, la vidi farsi liquida sotto di me.
“Adesso” disse, con quel sorriso lucido che avevo imparato a riconoscere. Le sfilai via piano, la tenni al limite un battito, poi le aprii il seno con le mani, i pollici sotto i capezzoli scuri a tenerli tesi. “Ci siamo” le dissi a bassa voce. “Prima te lo faccio sentire davvero, profondo. Poi esco e ti lascio la mia sborra qui. La guardiamo scendere insieme.” Annuì senza parlare, gli occhi fissi nei miei.
Ormai era senza più freni, affondai lentamente ma in maniera vigorosa… sentii lei che ruppe il fiato, per riprendere con un respiro corto… era arrivato fino alle palle, che ormai erano a contatto con la sua fica. “Ora sentirai il ritmo che cresce” le sussurrai. E da li fu un susseguirsi di affondi che seguivano il ritmo del suo corpo. Sentivo la sua voglia e lei cercava il mio cazzo, quando sadicamente mi stoppavo e lo tiravo un po' indietro, lei spingeva per andare a fondo. “Ti senti montata come un animale?”, le dissi. “Si!! Il tuo!!” Era completamente al limite, la sentii scossa, non aveva quasi il controllo squirtò un'altra volta senza stimolo e venne un paio di volte… era scossa dai tremiti, era il momento.
Sfilai piano. Lei restò in ginocchio, il respiro alto. Mi spostai davanti. “Aprimi il seno” chiesi. Prese le tette con le mani, le sollevò verso di me, i capezzoli scuri tesi come bersagli. Mi sfilai il preservativo, una torsione e via; la mano alla base, l’altra a guidare. “Guardami” ordinai a me stesso e a lei. La corsa montò netta dal basso, il pistone pieno. “Dimmelo” mi chiese. “Adesso” promisi. “Adesso te la lascio tutta qui.” Due colpi, un respiro, la vista dei suoi capezzoli scuri mi fece saltare il fermo: venni con scosse piene, bianco su nero, strisce calde che le disegnarono il seno, la gola, mezzo sterno. “Cazzo… sì… sì…” ansimò, tenendo le tette alte per prendersela tutta. Rimasi un attimo, il polso che batteva ancora, poi feci scorrere con il pollice la sborra sul capezzolo sinistro, a lucidarlo. “Guarda” le dissi. “È tua.” Guardammo scendere, lenta, una goccia lungo il solco fino al ventre. Leccò il dito, assaggiò il bordo. Sorrise. “Mi piace quando me lo dici e poi lo fai.”
Le porsi subito un asciugamano. Pulimmo piano, senza fretta. Le allungai la caraffa; bevve, mi baciò con l’acqua ancora sulle labbra. “Doccia?” “Doccia” confermai. La accompagnai al bagno, solo acqua tiepida a togliere il miele dalla pelle. Le lavai la schiena con la mano aperta, lei mi lavò il petto, due risate basse quando l’acqua scappava sulle piastrelle.
Tornammo in salotto in asciugamano. Lei raccolse il vestito, lo fece passare sulla pelle pulita. “Che ora è?” “Prima del tramonto” risposi. Aprii un poco le tende: la città era in miele aranciato. “Sergio?” “Gli scrivo adesso.” Prese il telefono, due parole. “Scendo tra cinque” aggiunse, guardandomi. “Hai bisogno d’altro?” “Solo di guardarti mentre ti rimetti le scarpe” dissi. Rise, si chinò, il seno ancora umido che ondeggiava sotto il tessuto. “Bastardo buono” mi prese in giro, senza cattiveria. “Deciso, non stronzo” corressi la battuta della spiaggia. “Giusto.”
All’ingresso le diedi l’acqua in una bottiglietta. “Bevi in auto” suggerii. “Stasera la tua schiena ti ringrazierà.” “La mia schiena e il resto” rispose. “Ci rivediamo?” “Quando vuoi tu. O quando te lo chiede il corpo.” “Ho un corpo che chiede spesso” disse, mettendosi la borsa a tracolla. “Meglio.”
Aprii la porta. Sul pianerottolo arrivava già l’ascensore. Sergio era nell’androne, in controluce, camicia chiara, lo sguardo che chiedeva solo una cosa: “Tutto bene?”. Tania gli andò incontro con passo leggero. “Tutto bene” disse, e lui si rilassò nelle spalle. Mi guardò sopra di lei, piccolo cenno. “Grazie” senza parole. Risposi con un “prego” muto. Lei si voltò un attimo prima di uscire, sorrise, entrò in ascensore.
Chiusi piano. La stanza teneva ancora il nostro odore, il tappeto tiepido sotto i piedi. Spensi il diffusore, aprii la finestra di un palmo, bevvi un ultimo sorso d’acqua. Due messaggi mi arrivarono a distanza di un minuto. Il primo di Sergio: “Tutto a posto. Grazie.” Il secondo di Tania: “Profondo è rimasto addosso. Torno.” Guardai l’ora. Il tramonto stava iniziando. Mi sedetti sul bracciolo del divano e lasciai che la casa si raffreddasse, con la promessa che vibrava già sotto la pelle.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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